Di Sole e di Azzurro

Mi sveglio presto. È una bella domenica di sole e non toppo caldo. Sento le brezze che mi svegliano, mi sfiorano delicatamente. Le sento da sotto le coperte. Tutto è quasi perfetto in questa giornata di sole: ho finito il mio lavoro outdoors, cominciano le vacanze, il tempo è stranamente mite, ho dormito bene, un sonno tranquillo e profondo. Tutto aspetta la calma deliziosa di prendere il caffè e la fettina di pane morbido ripieno di miele. In cucina, i raggi del sole, dolce e tenero, illuminano a strisce la tavola. Riempiono di gioia il posto con i magici riflessi sull’acqua. Improvvisamente tutto sembra più puro, più vero. Preparo il caffè dopo aver giocato con l’acqua del rubinetto che splendeva infrangendosi sulle pareti del lavandino di stianless steel. Sembra un concerto di gocce che cadono, si infrangono, tornano e saltano. “Che bei giochi di fantasia”, penso. Assaporo la freschezza dell’aria, me ne riempio i polmoni.
Accompagnata dal buon umore, vado in sala da pranzo. Qui non c’è più la luce del sole, imprigionata dietro le persiane. Se ne scorge l’ombra, la latente esistenza. Pian piano, migro dal mondo della scoppiettante fantasia accesa dal sole in cucina e mi dirigo verso il mondo della realtà. Accendo la televisione. Senza troppe esitazioni sintonizzo la Rai News: bombe, sangue e guerra. Provo a fare un rapido scroll . Approdo al Sat2000. Trasmettono un documentario sulle tracce di guerra in Jugosalvia per la serie “Storia di paesi che cambiano” (infatti l’ho scoperto dopo, dai titoli di coda). All’inizio parla un tipo che era stato in Canada. Ora, tornato al paese di origine, anche per decisione della moglie che voleva tornarci tutti i costi, si lamenta del troppo poca assistenza del governo per creare una nuova e forte economia. Ha deciso di mettersi in proprio a fare formaggi.
Mangio la fetta di pane con miele che sta già scolando sulle dita. “Oddio Santo, vive in Canada per dieci anni poi torna qui nella miseria dove non c’è nulla!”. Infatti i paesaggi sono così cupi, poveri, abbandonati, malandati. Ma il tizio ha detto una frase molto bella: “In Canada abitava nel mio palazzo gente da quasi trenta paesi diversi e si riusciva a stare insieme, convivere in pace. Tutti lavorano, si rispettano, Buongiorno, Buonasera per le scale poi sono amici, qui siamo solo in tre etnie e non riusciamo a convivere”. Questo non riuscire a convivere mi ha ricordato molti episodi in cui mi sono sentita io o altri da me in cui mi sono immedesimata discriminati, diciamo diversi e quanto sia maligna ma anche futile la guerra. Il tutto, raccontano le persone intervistate nel documentario era cominciato con la chiusura, l’erigere barriere invisibili fra gli uomini della stessa nazionalità ma di razze diverse. “Vogliono che Serbi, Croati e Sloveni parlino ciascuno la propria lingua. È giusto che i figli parlino le lingue dei genitori ma i nostri figli dovranno imparare ancora più lingue per comunicare con il mondo, per essere europei (non è che vogliono creare un’Europa Unita?). Tutt’altro che rimanere murati nella propria lingua.”, parla una donna ingegnere accanto alla sua amica del cuore, musulmana. E aggiunge “Per noi non c’è stata mai questa discriminazione fra etnie ma, i sentimenti delle persone sono una cosa e la politica è un’altra. Qui hanno distrutto tutto!”
E per passare alle storie della vera distruzione anche psicologica, interviene una donna medico che racconta la propria testimonianza sulla terribilità della guerra. Racconta di aver studiato medicina a Belgrado “Sono stati i giorni più felici della mia vita. Eravamo tutti amici, la mia coinquilina era musulmana… Poi ci siamo svegliati un giorno con la follia della pulizia etnica e di altri progetti di altrettanta follia. Era come un incubo che ogni giorno si faceva più atroce. La donna vive e lavora a Rama, una piccola città bella che dà su un lago incontaminato e stupendo. Racconta, “Mi ricordo ancora quando mi hanno chiamata a lavorare per l’ospedale militare di Rama. Facevo mille lavori di cui nessuno era il mio. Tutti noi medici avevamo donato i nostri letti al centro medico. Ho lavorato per dieci giorni dormendo su una sedia. Ci arrivavano molti feriti non si poteva quasi chiudere occhio finché un giorno mi chiamavano ché dovevo medicare un malato, mi sono svegliata di scatto impaurita che non capivo dove ero, ripetevo “Devo portare mio figlio a scuola. Che ore sono? Abbiamo fatto tardi…”.
Erano giorni davvero difficili. Ora ci sono molte persone che hanno la paura dentro che soffrono di traumi post guerra. Come fai a dire ad una persona ti dobbiamo tagliare gamba o braccio. Deve essere terribile eppure ci puoi sopravvivere ma il dolore di una madre che ha perso i propri figli o di un bambino che ha perso i propri genitori non si cancellerà mai. Una paura che porteranno dentro per sempre. Perciò noi un gruppo di medici stiamo cercando di aiutare – al di là delle appartenenze di ciascuno – le persone che hanno problemi.
Il documentario si chiude con questa donna che in una mattina fredda e senza sole, entra in convento dove organizza insieme ai colleghi una delle sedute di terapia e riabilitazione delle vittime della guerra con in sottofondo la sua voce “Io ho scelto di non andare via, di rimanere qui. Di fare qualcosa per il mio paese. Ho ricavato molte soddisfazioni dal mio lavoro. Sono contenta quando vedo le persone sormontare la diffidenza e la paura; quando hanno ancora voglia di vivere e costruire, fare qualcosa per il futuro di questo paese. Quando un giovane sceglie di rimanere qui e non partire. Sono stata toccata in persona come donna, come madre, come medico dalla guerra ma spero ancora che qui si potrà convivere in pace.” Intanto avevo finito il caffè pensando al sole di domenica che riempiva la cucina ora mischiato con il sole che in primavera riveste il lago di Rama.
Un caffè al sole
È l’una e un quarto e sono ancora sveglia. Mi devo risvegliare alle quattro e mezza, massimo le cinque per la preghiera ma non riesco a dormire. Sarà il caldo o la puntata che sono solita guardare prima di andare a letto ma oggi non ho avuto voglia. È stata una bella giornata. Sono stata all’università (avevo sorveglianza) che mi diverte molto: la sensazione di dover essere responsabile ma nello stesso tempo pietosa, delicata materna. Mi rivedo molto nelle facce dei ragazzi che danno le prove scritte fra i banchi.. Tutti assorti in corsa contro il tempo. Mi ricordo le nottate a studiare, l’ansia delle vigilie di tutti gli esami importanti che ho dato; la voglia di farcela, di non sbagliare virgola, di ottenere i massimi voti…
Non riesco a dormire, dicevo. È stata una bella giornata, mi sono vista con mia collega/amica. Era tanto tempo che non ci vedevamo con la grazia di soffermarci a parlare, a prendere un caffè insieme. Siamo andate ad un Bar proprio davanti a uno dei club più grandi e più vecchi del Cairo. Un posto unico e carino soprattutto che si chiama Costa. Già il nome, con il logo e le decorazioni tutte di legno e dominante colore azzurro, fa pensare al mare, alle navi che intraprendono grandi viaggi. Alla sabbia scottante di piena estate. Mia amica, accendendo una sigaretta, parla di quel … di suo ragazzo che era sparito senza nessuna spiegazione. Io, dispiaciuta e cercando di consolarla le rispondo: “Niente di strano, è la maniera più comune per farti capire…. Fregatene!”. Parliamo anche di lavoro, del fidanzamento di sua solrella, di malattie e di morte. Mia amica ed io ci mettiamo quasi un’ora per finire io il mio caffè e lei il suo gelato. Un’aria intensa ma delicata avvolge la nostra tavola. Come se io e lei siamo prese in un’inquadratura da film. Per un attimo il tempo si ferma. Mi sembra che di questo vero momento mi ricorderò per sempre: la faccia di mia amica cresciuta, senza trucco annebbiata dal fumo della sua sigaretta light. Lei che per me aveva giocato diversi ruoli e che ora la vedo – ci vedo – con occhio diverso… Io e lei, sempre lì sedute a tavola con quei pochi ma forti raggi di sole che penetravano discretamente il posto.